VEDIAMO LA REALTÀ DAL LIVELLO DI COSCIENZA IN CUI CI TROVIAMO
La mia esperienza personale, maturata attraverso molti anni di lavoro interiore profondo e sostenuta dagli insegnamenti della Quarta Via di Gurdjieff, dalle tradizioni contemplative tibetane e da alcune conoscenze della via sufi, mi permette di affermare che è possibile vivere in uno stato di presenza stabile e di profondo benessere interiore.
Un benessere che non dipende più in modo predominante dalle circostanze esterne, dall’essere visti, approvati, accettati o amati dagli altri, ma che nasce dal corretto funzionamento della macchina biologica umana e da una relazione più armoniosa con la propria vita interiore.
È possibile ritrovare il proprio centro di gravità e imparare a vivere partendo da lì.
Osservando il percorso di molte persone, e soprattutto il mio, ho compreso che gran parte della sofferenza psicologica nasce da una profonda disconnessione interna. Nasce dalla frammentazione, dalla dispersione dell’attenzione, dalla confusione che assorbiamo continuamente dall’ambiente esterno e dall’abitudine a vivere costantemente proiettati fuori da noi stessi.
Cerchiamo risposte, conferme, riconoscimento e sicurezza all’esterno, mentre perdiamo progressivamente il contatto con le nostre radici interiori, con la nostra energia, con il nostro centro.
Quando l’attenzione ritorna a sé stessa e impariamo a prenderci cura delle nostre energie interiori, qualcosa comincia a cambiare. La mente diventa più chiara, le emozioni più stabili, la percezione più lucida. Non significa eliminare ogni difficoltà, ma sviluppare una qualità dell’essere che non viene continuamente trascinata dagli eventi.
Per questo motivo posso confermare che è possibile vivere in uno stato di benessere mentale, emotivo e spirituale molto più profondo di quanto la maggior parte delle persone immagini. Anche il benessere fisico ne beneficia, pur sapendo che il corpo segue le proprie leggi naturali, invecchia e si trasforma nel tempo.
Tuttavia, quando la mente è serena, il cuore è in equilibrio e l’essere umano è radicato in una dimensione più profonda di sé, anche la sofferenza inevitabile legata al corpo assume un significato e un peso completamente diversi.
Esiste poi un aspetto che considero fondamentale. Ogni volta che affermiamo: «Non è possibile», «Non ci credo», «Sono tutte fantasie» oppure «Non è vero», dovremmo ricordare che stiamo osservando la realtà dal livello di coscienza e di esperienza in cui ci troviamo in questo momento.
L’essere umano non vede le cose come sono.
Vede le cose come è lui.
La nostra comprensione è sempre condizionata dal nostro livello di sviluppo, dalle esperienze che abbiamo vissuto, dalle capacità che abbiamo sviluppato e dai limiti che non abbiamo ancora superato. Ciò che appare impossibile a una persona può essere un’esperienza concreta e quotidiana per un’altra.
Per questo motivo il vero ricercatore non conclude troppo in fretta. Mantiene una mente aperta, osserva, verifica, sperimenta e continua a crescere. Perché sa che, man mano che cambia il suo stato di coscienza, cambia anche il mondo che è in grado di vedere.
Un altro tema che viene portato continuamente al centro dell’attenzione riguarda le ferite emotive, i traumi e la storia personale. Anche qui posso parlare soltanto a partire dalla mia esperienza diretta.
Anch’io, come la maggior parte degli esseri umani, ho avuto ferite, difficoltà, sofferenze e momenti complessi. Chi non ne ha avuti? La vita stessa lascia inevitabilmente dei segni.
Tuttavia, il centro del mio lavoro non è mai stato scavare all’infinito nelle ferite o analizzare continuamente il passato. Ho scelto piuttosto di lavorare sul nucleo dell’essere, sulla presenza, sull’energia, sulla connessione interiore e sulla ricomposizione della frammentazione psicologica.
Nel tempo ho osservato che un sistema psichico ed energetico sano possiede una straordinaria capacità di autoregolazione e di guarigione. In un certo senso, non è molto diverso da ciò che accade nel corpo fisico.
Ogni giorno introduciamo nel nostro organismo sostanze non perfettamente sane, alimenti che contengono tossine o elementi che non rappresentano il massimo per la nostra salute. Eppure, grazie all’intelligenza della fisiologia, il corpo riesce a elaborare, trasformare ed eliminare gran parte di ciò che potrebbe danneggiarlo. Se così non fosse, finiremmo in ospedale ogni giorno.
Naturalmente esistono dei limiti oltre i quali anche il corpo si ammala. Tuttavia il principio resta valido: un organismo sano possiede una naturale capacità di digestione, assimilazione ed eliminazione.
La mia esperienza mi porta a osservare qualcosa di simile anche sul piano psicologico ed energetico. Un sistema interiore sano, centrato e vitale è capace di elaborare il dolore, attraversare le ferite, integrare le esperienze e lasciare andare progressivamente le tossine emotive che derivano dalla vita. Non perché ignori ciò che è accaduto, ma perché possiede l’energia necessaria per metabolizzarlo.
Per questo motivo considero fondamentale non identificarsi eccessivamente con la propria storia personale. La storia è reale, le ferite sono reali, il dolore è reale. Ma non rappresentano necessariamente il centro della nostra identità. Quando tutta l’attenzione viene assorbita dal passato, il rischio è quello di rafforzare continuamente la frammentazione che stiamo cercando di guarire.
Ciò che ho verificato nella mia esperienza è che, quando aumenta la presenza, quando l’essere umano ritrova il proprio centro di gravità e impara a lavorare correttamente con le proprie energie, il sistema psichico tende naturalmente verso l’equilibrio. È come se emergesse un’intelligenza intrinseca che sa come riordinare, integrare e guarire.
Per questo affermo che la guarigione profonda non consiste soltanto nel comprendere le proprie ferite, ma soprattutto nel costruire le condizioni interiori che permettono all’organismo psichico di fare ciò per cui è stato progettato: ritrovare spontaneamente l’equilibrio.
Questo, però, richiede presenza. Richiede energia. Richiede centratura. Richiede un lavoro costante sulla qualità della propria attenzione. Perché è proprio attraverso la presenza che si attiva quella capacità naturale di trasformazione che, troppo spesso, abbiamo dimenticato di possedere.
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