Perché conoscere una Via significa sapere come non cadere nelle sue trappole...
Nel percorso di ricerca e sviluppo interiore esistono alcune trappole molto comuni. Il problema è che spesso non vengono riconosciute come tali, perché possono addirittura presentarsi sotto l’apparenza della crescita, della conoscenza e della spiritualità.
La prima trappola è sapere tanto e praticare poco.
Leggere libri, frequentare corsi, conoscere insegnamenti, parlare continuamente di consapevolezza e lavoro interiore può darci l’impressione di stare evolvendo.
Ma conoscere qualcosa intellettualmente non significa averla compresa, e comprenderla non significa ancora saperla vivere.
Il vero criterio rimane sempre la pratica e la trasformazione concreta dell’Essere.
La seconda trappola è credere ciecamente.
Un insegnamento, una scuola o un insegnante possono diventare oggetto di devozione e dipendenza, fino al punto di rinunciare al proprio discernimento.
Ma un vero insegnamento dovrebbe insegnarci a osservare, verificare, sperimentare e comprendere direttamente, non semplicemente a credere.
La fede cieca può diventare un altro modo per continuare a dormire.
La terza trappola è sentirsi arrivati.
Dopo alcune esperienze, intuizioni o conoscenze acquisite possiamo cominciare a considerarci più consapevoli degli altri, fino a sentirci guide, maestri o salvatori.
È una delle forme più sottili dell’ego spirituale: la personalità si appropria del Lavoro e utilizza ciò che ha imparato per costruire un’immagine ancora più importante di se stessa.
La quarta trappola è utilizzare la spiritualità per salvare il proprio falso io.
Cerchiamo sicurezza, protezione, immortalità, riconoscimento, meriti spirituali o la garanzia di qualche forma di salvezza personale.
Ma il lavoro interiore non serve a rendere più forte ed eterno proprio quell’“io” dal quale dovremmo imparare progressivamente a disidentificarci.
Il Lavoro serve a creare le condizioni affinché possa emergere qualcosa di più autentico e reale.
La quinta trappola è lavorare soltanto quando qualcuno ci guarda.
Durante un seminario, un incontro con l’insegnante o una pratica di gruppo possiamo essere presenti, disciplinati e motivati. Poi torniamo nella vita quotidiana e tutto scompare.
Ma il vero Lavoro comincia soprattutto quando nessuno ci vede: quando siamo soli, in famiglia, nel traffico, davanti a una difficoltà, durante un conflitto o quando qualcosa non va come desideriamo.
È lì che possiamo verificare quanto il Lavoro sia realmente entrato nella nostra vita.
La sesta trappola è la ricerca continua di un nuovo maestro, metodo o insegnamento.
Si passa da una scuola all’altra, da una tecnica all’altra, da un insegnante all’altro, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, più potente, più interessante o più stimolante.
Ma spesso questa ricerca incessante nasconde l’incapacità di fermarsi abbastanza a lungo per approfondire, praticare e attraversare le inevitabili difficoltà del percorso.
Cambiare continuamente strada può diventare il modo migliore per non percorrerne mai veramente nessuna.
Tutte queste trappole hanno qualcosa in comune: permettono alla personalità di imitare il lavoro interiore senza trasformarsi realmente.
Possiamo parlare del Lavoro invece di lavorare. Credere invece di verificare. Sentirci evoluti invece di osservare noi stessi. Cercare salvezza invece di trasformazione. Essere disciplinati soltanto davanti agli altri. Accumulare insegnamenti invece di mettere in pratica ciò che abbiamo già ricevuto.
Per questo, periodicamente, un ricercatore dovrebbe avere il coraggio di domandarsi: Sto realmente lavorando su di me oppure sto semplicemente costruendo una nuova immagine spirituale di me stesso?
Il risultato del Lavoro non si misura da quanti libri abbiamo letto, da quanti corsi abbiamo frequentato, da quanto sappiamo parlare di spiritualità o dalle esperienze straordinarie che raccontiamo.
Si misura da qualcosa di molto più semplice e concreto: quanto ciò che abbiamo compreso sta modificando il nostro modo di essere, reagire, relazionarci e vivere nella quotidianità.
Perché, alla fine, il vero criterio rimane sempre lo stesso: non quanto conosco, ma ciò che sono diventato attraverso ciò che conosco.
Come tratto me stesso e gli altri.